Il tempo del cambiamento

Nell’incedere della vita personale e sociale ci sono elementi strutturali che danno stabilità e c’è il cambiamento. Ci sono varie misure di cambiamento, da quello più piccolo a quello di media entità sino a trasformazioni profonde e radicali. È interessante osservare che l’essere umano è dotato dell’istintiva capacità di riconoscere quando è il momento giusto per attivare il cambiamento e in quale misura. Si tratta di una dote naturale poco studiata e veramente straordinaria perché include componenti logiche e istintive, sapientemente amalgamate. Il meccanismo è preciso e raffinato: distinguiamo il momento giusto per il cambiamento, quando è troppo presto e quando è troppo tardi. Altrettanto interessante è notare che ci sono delle zone d’ombra e delle trappole. In alcune esperienze manca l’accettazione e scatta l’impulso a negare il tempo del cambiamento, che viene temuto oppure rifiutato deliberatamente.
Quando una persona acquisisce conoscenze e competenze, quando diviene più consapevole, quando sviluppa nuove relazioni con gli altri, sente il bisogno di trasformare la realtà nella direzione del miglioramento.
Lo stesso processo si verifica nella dimensione sociale: quando si affermano delle nuove conoscenze segue il bisogno di un aggiornamento.
Ogni persona, ma vale anche per ogni gruppo e ogni società, ha bisogno di vivere con maestria il tempo del cambiamento: di volerlo e di attivarlo nella giusta misura, qualità e quantità. Senza anticipare in modo precipitoso per immaturità, senza rimandare per debolezza o per la paura di perdere dei privilegi acquisiti.
Se il cambiamento viene avviato troppo precocemente s’incorre nel rischio di fallire perché non sono presenti tutti i requisiti necessari per completare le innovazioni con pieno successo. L’errore opposto consiste nell’attendere troppo, superare il momento giusto, rimandare, frenare. L’esito è ancora negativo perché appaiono la rinuncia, il fallimento oppure la ribellione sino a esplosioni ingestibili di devianza e violenza. Le rivoluzioni che hanno segnato la storia possono essere viste come “bisogni di cambiamento” che non sono stati riconosciuti, considerati e guidati correttamente, di conseguenza la tensione è aumentata sino a esplodere nello scontro. Il “tempo di cambiare” non è stato rispettato e, di conseguenza, come in un effetto domino, anche le persone e la realtà non sono state rispettate.
La violenza è una scarica incontrollata che svuota un’eccessiva tensione accumulata nel tentativo di ripristinare il fuori tempo (che diventa conflitto) e ristabilire il giusto tempo (che diventa accordo). Purtroppo la violenza non è una soluzione capace di lenire un tempo negato, all’opposto provoca un tempo doloroso difficile, a sua volta, da sostenere e da integrare. L’evoluzione procede per tentativi ed errori, questo ne è un esempio.
Non a caso molti grandi rivoluzionari della storia hanno colto questo elemento sensibile e lo hanno alimentato coniando uno slogan universale, dicendo semplicemente: “È tempo di…”
La percezione di averne avuto abbastanza di qualcosa è un potente meccanismo che innesca irrazionalmente il coraggio di abbandonare il mondo conosciuto per addentrarsi nell’ignoto. Usiamo dire che i tempi sono finalmente maturi. Una sofferenza personale o sociale può durare per decenni, senza alcuna modifica, ma quando scatta “il tempo di cambiare”, nulla può fermare le trasformazioni.
Maturare un tempo significa che si è creata la somma di un alto numero di esperienze: consapevolezza, pensieri, emozioni, ambizione, comunicazioni, risultati positivi e negativi…
Come la somma di tanti punti determina un’immagine, la somma di eventi dislocati nel tempo determina la “visione” di un oggetto esistenziale. Il tempo alimenta i vissuti umani finché matura quell’istante magico in cui scatta l’istante giusto di agire e di cambiare.
Se non conquistiamo la capacità di cogliere l’attimo, memori del “non voler cambiare” si cade nell’opposto: forzare precocemente i cambiamenti. Scatta l’ansia di voler prendere tutto e subito, prima che qualcuno ci possa dire di no. Essere precipitosi è uno stato che spesso si sfoga con un intoppo: inciampare. L’esito del voler fare prima diventa necessità di investire più tempo e rischio di fare tardi con l’appuntamento della vita.
L’insuccesso che non viene compreso e accettato si trasforma in rifiuto: non voler cambiare. Si instaura così un’oscillazione frustrante: anticipare o posticipare il cambiamento, senza mai cogliere l’attimo giusto. L’arte di cambiare nell’istante e nel modo giusto è una ricercata dote personale, per nulla scontata. Dovremmo prenderla come una sfida personale per il nostro auto-miglioramento.

Riflessioni tratte dal libro “Il mio tempo” di Silvano Brunelli
di prossima pubblicazione.

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