Una struttura potente della mente inconscia è l’immagine di sé e degli altri: come vuoi apparire, come vuoi che gli altri ti vedano (o come non vuoi che ti vedano). Poi ci sono gli altri, ovvero come sento, penso e credo che siano gli altri. Anche gli altri diventano oggetto di una mia interpretazione. 

Il difetto implicito alla struttura dell’immagine che ognuno costruisce di se e degli altri consta nel fatto che altera e deforma l’espressione di se e altera e deforma la relazione con gli altri. La relazione si fonda su dati errati e falsi presupposti. L’immagine di sé non è la pura percezione di se stessi, è qualcosa di diverso e alterato che viene posto sopra, come un abito che copre e nasconde la verità. L’immagine degli altri non sono gli altri che si vedono trattare come non sono.

L’immagine altera la reale percezione e conoscenza di sé e degli altri, impedisce di emergere veramente e di esprimersi realmente. La persona sente continuamente di “dover essere” in un certo modo e di “non poter” essere proprio così come realmente è. Una trappola perfetta che ogni  persona si auto infligge, spesso non sapendo neanche farlo.

La condizione tipica che emerge è sentirsi a disagio, sempre fuori posto, mai al posto giusto, manca sempre qualcosa perché la sostanza non coincide con l’apparenza.

In modo analogo, l’immagine che abbiamo degli altri è l’abito con cui li copriamo, ci impedisce di entrare veramente in contatto con loro e di conoscerli veramente. La persona non riconosce che non si sta relazionando autenticamente con l’individuo che ha di fronte. Non si accorge che si sta relazionando con un’immagine, con ciò che sente, pensa e credere essere l’altro, non con ciò che l’altro è e sa di essere. Non si accorge  che ha creato e proiettato un’immagine  sull’altro. Non si accorge che non è realmente in contatto con l’individuo, con la consapevolezza che l’altro ha di se. L’immagine proiettata crea una tensione immediata nella relazione nella forma di aspettative che ovviamente vengono disattese perché l’altra persona non coincide mai con l’idea che abbiamo creato per lei. Nella mente si fissano dei giudizi su chi sono gli altri e questa immagine non permette di vedere chi sono veramente. A causa dell’immagine che abbiamo degli altri, loro non vanno mai bene per noi e ci appaiono sempre sbagliati, per una ragione o per un ’altra. L’immagine proiettata non solo altera la relazione introducendo tensioni e informazione false, ma getta un’ombra sulla relazione impedendo l’altro di essere libero di essere se stesso. L’immagine fissa degli altri crea un contesto in cui non è possibile stare bene insieme perché loro non appagano mai le nostre aspettative, ogni volta sono un un po’ diversi da come noi vorremmo. 

Come e perché nella mente si fissano le immagini di sé e degli altri? 

Nella prima infanzia la sequenza di esperienze quotidiane fa maturare l’abilità dell’attenzione. In modo graduale e costante il bambino coinvolge la sua attenzione con quello che vede e che sente. Questa stessa attenzione si appoggia anche su se stesso e  impara a coagulare, crea un punto di vista. Tuttavia la prima identità assunta. “Io sono” senza nessuna qualità non è ancora una identità. Solo quando “Io sono” si somma e si identifica con una qualità (che cosa sento-penso-credo di essere) nasce una identità.
Portando l’attenzione su di sé al bambino emergono dei vissuti su chi è, cosa è. L’intensità di queste scoperte precoci in uno spazio mentale vuoto e spesso privo di filtri per elaborare le esperienze fissano le definizioni di stessi fissa questi vissuti rendendoli permanenti nella struttura della personalità in formazione. 

In modo analogo, quando il bambino appoggia l’attenzione sugli altri scopre delle interpretazioni su di loro, su chi sono e come sono o perché sono. Tali scoperte si fissano  nella forma di un’identità proiettata. Egli da quel momento in poi tenderà ad interpretare gli altri attraverso questo filtro. L’interpretazione oltre ad alterare e deformare l’oggetto della sua esperienza lo porta ad una perdita fondamentale: non è più in grado di entrare realmente in contatto con l’altro. 

In origine il neonato ha una condizione neutra, non crede di andare bene o di essere sbagliato, semplicemente sperimenta la vita in modo naturale. La somma di esperienze quotidiane porta a coagulare e fissare delle interpretazioni. Osservando bambini di 5 anni, possiamo notare che uno si sente inadeguato, si ritira, si chiude in se stesso; un altro invade lo spazio degli altri e prende quello che vuole. La condizione neutra è stata sostituita da una condizione interpretata sia di se che dell’atro. 

L’attenzione che per qualche ragione si fissa  e si coagulata in un punto di vista e in una  definizione di se può assumere la forma di un’identità. L’identità è una scelta sommata a un fine: che cosa scelgo di essere si unisce a cosa voglio ottenere. L’essere umano è capace di formulare delle identità consapevoli che vuole assumere e delle identità inconsce che possiede ma non sa di avere.  

L’identità è uno strumento operativo della mente: funziona. Essa è deputata all’espressione. L’identità ordina e finalizza un determinato comportamento per ottenere qualcosa di preciso. Quando è consapevole e utile una identità? Quando produce esperienze che migliorano la qualità della vita e ci rende una persona migliore e fiera di sé. Quando invece una identità è inconscia e automatica provoca problemi che abbassano la qualità della vita e fanno perdere la fiducia in se stessi.  

La speciale somma di attenzione, punto di vista su di sé e scopo, formano un’identità. Essa attrae credenze, accende sentimenti e attiva stimoli per comportamenti coerenti.
Se l’attenzione dell’essere cosciente per mezzo di un giudizio assunto su di sé si cristallizza in un’identità del tipo “sono uno scrittore”, lo scopo implicito custodito nell’identità sarà scrivere e pubblicare un libro. Se il punto di vista alla base di un’identità è “io non valgo” allora l’identità metterà in moto il suo complesso apparato per concretizzare esperienze con questa impronta, come una profezia che si auto- avvera. Il modo di tradurre nella realtà l’identità di scrittore è evidente; invece i percorsi per diventare una persona che non vale, non sono immediatamente ravvisabili né scontati, perché il ventaglio di opzioni è molto ampio. 

L’identità consapevole ci porta a concretizzare nella vita proprio quello che vogliamo. L’identità inconsapevole ci conduce a sperimentare quello che temiamo perché non l’abbiamo scelto. L’identità usufruisce delle risorse disponibili (i pensieri, le decisioni, le comunicazioni e i comportamenti) e ha un aspetto problematico: funziona sia quando lo scopo è consapevole sia quando è inconsapevole, sia che la persona partecipi intenzionalmente sia che ignori l’intero progetto. Quando identità consapevoli e inconsapevoli sono contemporaneamente operanti creano tensione, causano volubilità  e conflitti interni. Un guazzabuglio di identità inconsce impedisce infine di definire uno scopo, una direzione esistenziale e di dirigere la volontà per perseguirlo. Se una persona si sente incostante e priva di direzione, sarà molto difficile se non impossibile per lei scegliere e mantenere la scelta, prendere posizione e mantenerla nel tempo e applicarsi con sufficiente intensità, durata e purezza nella disciplina capace di affrontare e superare la sfida di crescita necessaria per ottenere la completezza esistenziale. 

In concreto, con la tecnica appropriata che studiamo e impariamo ad applicare nel percorso “Mente Funzionale”, la persona può riconoscere e integrare le sue identità discriminando quelle che sceglie di assumere perché lo realizzano e lo esprimono e quelle da abbandonare. Con il tempo e con la pratica egli arriva a diventare davvero chi, come e perché  desidera essere. L’identità è lo strumento privilegiato per esplorare che cosa essere e che persona diventare. Ben presto si scopre una dinamica interessante: se aumentano le identità inconsapevoli – reattive, diminuiscono le identità consapevoli e viceversa: assumere un maggior numero di identità per scelta, riduce l’effetto delle identità inconsapevoli. Riassumendo, quando l’individuo consapevole giudica il suo sé con un processo consapevole o reattivo e condensa la sua attenzione in un punto di vista, origina un’identità assunta (es. io sono una bella persona). Quando la persona giudica gli altri con un processo consapevole o reattivo e condensa la sua attenzione in un punto di vista che lo mette in grado di interpretare l’altro, origina un’identità proiettata (es. gli altri non sono brutte persone). Come oggetti condensati dall’attenzione, le identità coscienti o meno, nate per stimolo o per scelta, assunte o proiettate, concorrono alla formazione di una importante struttura della nostra psicologia. La direzione di crescita ancora una volta si riconferma nell’aumentare le identità consapevoli e ridurre e integrare le identità inconsapevoli. Per quanto questi due processi siano alquanto raffinati da poterli definire “di alta scuola”  essi sono possibili e sono a disposizione degli studenti di “Mente Funzionale”.

Siamo giunti a un punto cruciale: come assumere un’identità consapevole? Il percorso a grandi linee potrebbe seguire questo percorso: 

1 Rivolgi e appoggia l’attenzione su di te, in modo intenso e continuato. Non aggiungere niente altro. Solo la tua intensa attenzione su di te. Non elaborare pensieri. Ferma tutti i processi razionali deduttivi. Mantieni l’attenzione fissa su di te finché scaturisce un punto di vista e si accende un autentico scopo: qualcosa che tu vuoi realizzare con tutto te stesso. Potrebbe volerci del tempo per imparare a rimanere aderenti a sufficienza senza elaborare interpretazioni per raggiungere la massa critica in cui dall’essere stesso, dalla pura presenza o sostanza autoconsapevole, in modo pre-verbale, si origina una identità. 

2 Divieni consapevole di chi sei e di chi vuoi diventare, riconosci che coincidono. 

3 Divieni consapevole di cosa vuoi e come vuoi ottenerlo. Riconosci che il tuo obiettivo coincide con chi sei e chi vuoi diventare. 

4 Richiama e riconosci tutta la componente emotiva dei sentimenti che può essere coinvolta e attratta da questa identità. 

5 Richiama e riconosci tutta la componente mentale dei pensieri, credenze e interpretazioni  che vengono attratte e coinvolte con l’identità che hai originato. 

Quando la presenza consapevole è debole, le interpretazioni veicolate dalle identità fittizie diventano forti e intensamente credibili.  Anche i giudizi degli altri acquistano un peso e un valore eccessivo. Di conseguenza la persona si ritrova a spendere ingenti quantità di tempo e di energie per costruire, mantenere e difendere una falsa immagine di se da una parte e investe altrettante energie nell’immagine degli altri che non hanno libertà alcuna di essere come scelgono di essere. Il messaggio che si veicola in questa condizione è: “Se vuoi interagire con me devi accettare sia come io voglio essere e sia come tuo devi essere per me.” Sotto questa pressione che ovviamente anche l’altro fa nei nostri confronti, le relazioni si incrinano e alla fine si rompono. Possiamo equiparare l’immagine di sé a un mosaico fatto da “enne” tasselli di identità. Una identità complessiva inconsistente e polivalente, tanto volubile quanto effimera. Non si riesce a definire o cogliere chi o cosa realmente si è perché sembra di essere molte cose anche contrastanti.  Invece di stare in aderenza su un unico e uniforme e fermo senso di sé e inalterabile ci si trova  sulle sabbie mobili in cui ogni cosa . 

L’immagine di se differisce notevolmente dall’individuo consapevole. Quanto e diverso  l’abito dal corpo che veste, tanto lo è l’immagine di se dall’individuo consapevole che definisce. L’inevitabile discrepanza tra l’immagine di sé (composta da una somma di identità) e il sentire se stessi (pura consapevolezza) non provocherebbe alcun disturbo se l’essere fosse ben presente e centrato. Infatti, le doti intrinseche dell’essere di pienezza, completezza e accettazione consentono di sostenere tutte le possibili differenze nelle qualità delle proprie e altrui identità assunte e proiettate. 

Possiamo descrivere l’immagine di se come la somma di tutto quello che, nel corso della nostra vita, abbiamo sentito, pensato e creduto di noi stessi. A questo deposito si aggiungono i giudizi degli altri: quello che storicamente tutti gli altri hanno pensato, sentito e creduto di noi. Stilare un elenco dettagliato è praticamente impossibile perché la maggior parte di queste valutazioni non sono neanche state comunicate. È comunque utile avere una visione d’insieme di questo cumulo gigantesco per accorgersi di quanti giudizi dati e subiti pesano su tutti indistintamente. Di più: il processo che alimenta l’immagine di se e dell’interpretazione degli altri continua, perciò ogni giorno ennesimi giudizi si aggiungono per nutrire la nostra e l’altrui immagine. Un impegno serio nel processo di crescita può invertire tale tendenza: invece di accumulare identità inconsapevoli e nutrire l’immagine idealizzata di se, possiamo assumere identità consapevoli e maturare una apparenza (cosa, come e perché siamo) che sia profondamente coerente e connessa con la nostra vera sostanza consapevole. 

Una nuova e semplice matematica ordina la dinamica di questa trappola esistenziale: 

  

Più giudizi = più identità che descrivono chi siamo senza esserlo veramente. 

Più identità assunte e proiettate = più immagine idealizzata di se e degli altri.

Più immagine idealizzata = più distanza o dissociazione dalla mia vera natura.

Più distanza dalla mia vera natura = più discrepanza e incoerenza 

tra ciò che di me appare agli altri e la mia sostanza che rimane invisibile: 

Cosa mostro agli altri e significativamente diverso da Chi sono veramente.

Più discrepanza tra apparenza e sostanza = più insoddisfazione esistenziale.

Più insoddisfazione = più lontano dallo stile e dalla qualità della vita utili e 

necessari al raggiungimento dalla mia completezza esistenziale.

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