LE FORZE AGGREGANTI ALLA BASE DEI GRUPPI DI APPARTENENZA

Amare è rischiare di essere rifiutati.

Vivere è rischiare di morire.

Sperare è rischiare di essere delusi.

Provare è rischiare di fallire.

Rischiare è una necessità.

Solo chi osa rischiare è veramente libero.

-Alda Merini –

Lo studio delle strategie comuni si occupa di studiare l’origine e lo sviluppo delle forze aggreganti. 

Come è nata storicamente l’esigenza di creare e di organizzare la coesione umana? Perché e cosa porta le persone ad aggregarsi? 

Una semplice analisi storica è in grado di evidenziare le forze coinvolte che sono ovviamente numerose, dominanti o portanti per quel determinato gruppo. In ogni insieme di persone che entrano in contatto e producono uno scambio, può scattare qualcosa che lo mantiene coeso; viceversa in ogni istante in un gruppo coeso può scattare qualcosa che lo disgrega. 

Esistono perciò forze aggreganti e forze disgreganti che segnano il destino di un gruppo: delle molteplici e apparenti ragioni esistenti in gioco in un gruppo, possiamo scoprire quelle profonde e sottostanti, che sono la vera ragione, che definiremo primaria, che portano gli altri a rimanere insieme a noi. Comprendere quali sono le vere forze aggreganti  che tengono insieme noi agli altri e gli altri a noi, è la base per formulare correttamente le strategie comuni. 

Se un gruppo viene privato di questa forza aggregante, prima si ammala e poi si disgrega. I sintomi sono incontrovertibili: gossip, critica e il trend di lamentarsi dei difetti e delle difficoltà che si incontrano. Se la forza aggregante viene limitata o colpita, il gruppo di appartenenza decade in un gruppo di persone non coeso: un gruppo di persone privo di un’identità comune che si avvia verso una competizione interna gradualmente sempre più lesiva, e, similmente alle malattie auto immuni, saranno le persone stesse a divorare e dunque distruggere l’identità del gruppo.

Le persone che cadono in questa trappola non si limitano a separarsi dal gruppo e andarsene, ma si attivano, che ne siano consapevoli o meno, per distruggerlo. Conoscere la forza aggregante è perciò fondamentale per attivare le strategie comuni. Avere la cura e la disciplina di non colpire o ferire la forza aggregante del proprio gruppo è la strategia primaria di difesa del gruppo stesso. Alimentare in modo intenzionale e consapevole la forza aggregante del proprio gruppo, oltre a renderlo forte e sano, lo porta sia a crescere nella suo potere di azione, ovvero nella capacità di concepire mete sempre più grandi, e sia a crescere nella sua identità e nella sua reputazione. 

Saper riconoscere e isolare in tempo utile chi o cosa colpisce o mina la forza aggregante del proprio gruppo, è fondamentale per stare bene in un gruppo, per proteggerlo e soprattutto per crescere in un gruppo rendendolo stabile nel tempo. Ogni coniuge, ogni imprenditore vuole crescere, proteggere e rendere forte e stabile nel tempo la propria famiglia e la propria impresa. 

Quando due o più persone sono in relazione tra loro, grazie al contatto, oppure grazie allo scambio o per la combinazione di entrambi, a volte scatta una forza aggregante che trasforma le persone in un gruppo. 

Il gruppo non è la somma dei suoi componenti, diventa qualcosa di diverso e origina quello che nessuno dei suoi componenti sarebbe in grado di produrre. 

Agli albori della nostra specie, quando Homo Sapiens, morfologicamente moderno, muoveva i suoi primi passi verso la formazione delle comunità umane, gravido di un retaggio ancora più antico, animale e ancestrale, alcune forze lo hanno plasmato verso il suo futuro sociale: la prima forza a spingerlo ad aggregarsi è stato l’istinto riproduttivo con la conseguente necessità di proteggere la propria prole. 

La seconda forza che lo ha spinto ad aggregarsi è stata la paura dell’ignoto e dell’imprevisto, capaci di minacciare la propria integrità e la propria sopravvivenza.  La terza forza aggregante è l’insicurezza. L’incertezza può avere molte origini e molte conseguenze che tendono tutte ad evolversi e convergere nella necessità di aggregarsi per superarla. Dietro alla forza aggregante dell’insicurezza si trova una fondamentale incompletezza, che l’individuo non riesce a colmare in nessun modo. Diremo, è fondamentalmente incapace di stare nelle relazioni e nella vita autonomamente o da solo, per cui colma o meglio compensa la sua condizione cercando di aggregarsi ad altri. Di fatto è un gregario, e l’appartenenza è solo apparente, perché in essa trova un guadagno ovviamente non dichiarato e spesso inconsapevole. 

L’incompletezza strutturale che rende la persona gregaria senza un suo autentico scopo per aggregarsi con un gruppo di persone, a volte è dovuta all’ignoranza, a una mancata conoscenza di sé. La conseguenza è una fondamentale incapacità di interagire autonomamente con l’altro: riesce a farlo solo in branco, ma mai come individuo autonomo e responsabile. 

L’insicurezza, derivante da una fondamentale incompletezza, può scaturire dalla debolezza o fragilità che può apparire anche come codardia. Per giustificare questo mancato coraggio, la persona si aggrega ad altri cercando di mascherare e nascondere la propria debolezza, per apparire determinato e coraggioso come gli altri, e insieme agli altri.

A questa categoria appartengono anche le persone che non sono ambiziose, non maturano e non fanno emergere le proprie dominanti e quindi non possiedono autentici fini: si aggregano ai fini degli altri, non perché ritengono utile sommarsi ad un fine che riconoscono comune, ma perché non riescono ad averne uno proprio. Ovviamente non sembra così dal loro punto di vista,  a loro sembra di avere dei fini, ma non sono fini, sono desideri. Fini e desideri son due oggetti forse apparentemente simili, ma sostanzialmente molto diversi. La persona vorrebbe un determinato successo, ma a causa di una mancanza strutturale fondamentale che non riesce a colmare, si aggrega per attingere dagli altri la risorsa mancante e sopperire al proprio insuccesso. Così non potendo realizzare quel fine, lo desidera, e tenta di averlo attraverso lo sfruttamento del gruppo. 

Coloro che hanno autentici fini diventano spesso team leader, e coloro che non ne hanno incontrano difficoltà insormontabili nel maturare a sufficienza credibilità e autorevolezza per guidare gli altri.

Esploriamo ora un’altra situazione, dove la forza aggregante tiene unito il gruppo, ma invece di farlo per realizzare i fini di tutti, è improntato a realizzare i fini del leader che ha saputo emergere con i propri fini. Questa forma di aggregazione compensatoria, che in ultima analisi altro non è che rubare o sottrarre all’altro quello che manca a se stessi, è un dinamica doppia, un Giano bifronte. Le persone con questa difetto strutturale si aggregano in modo inconsapevole per attingere ad una risorsa che non possiedono. All’inizio sviluppano un rapporto apparentemente “positivo” che con il tempo decade e scivola in qualcos’altro: la persona non trova soddisfazione nel vivere con fini che non ha originato, perché attingere da altri ciò che dovremmo originare, risolve l’incompletezza solo momentaneamente e superficialmente. In verità la spinta ad emergere è insopprimibile e dopo un po’ riaffiora. Il sintomo di questo particolare momento evolutivo è una divergenza eccessiva e una conflittualità apparentemente immotivata delle persone che si sono aggregate con questo scopo: somigliano a degli adolescenti che cercano di emergere e nel tentativo generano attrito con i genitori. 

Nel caso di un gruppo, la dinamica è simile e si presenta come una continua resistenza al fine comune, e, il momento in cui Giano si gira e mostra la sua altra faccia, è quando fiorisce la critica. Le persone trovano ragioni per lamentarsi e innumerevoli sabotatori entrano in gioco per disgregare la forza che tiene unito il gruppo. La coesione precipita, creando l’effetto alone della disaffezione. Si sviluppa una crescente distanza fino a rompere il legame, il valore, il fine e la lealtà tra le persone.   

La mancata conoscenza e completezza di se stessi e la forza insufficiente ad affrontare un limite o realizzare un fine, sono alla base di questi modelli di aggregazione instabili. Queste forze aggreganti hanno lo scopo di proteggere la persona dalle minacce e colmare ciò che gli manca, e il gruppo così aggregato promette in modo inconsapevole di poter affrontare l’ignoto, l’imprevisto e il sopraffacente, e promette altresì al singolo individuo di poter essere completo o comunque di non soffrire per la propria incompletezza di fondo. 

Nel gruppo non è dominante essere completi, e anche per gli altri componenti non è primario la completezza dell’altro, ma solo che dia un contributo utile al gruppo. È questa la ragione di fondo per cui la psicologia individuale differisce notevolmente da quella di gruppo. Il branco si muove con dinamiche molto diverse da come si muove nella vita la singolarità consapevole. 

I gruppi in cui non si cerca la completezza del singolo, ma solo un contributo, mettono insieme individui incapaci di essere pienamente responsabili. Di conseguenza non maturano mai una vera e piena appartenenza. Per il gregario la responsabilità è del gruppo, e non propria. 

Il singolo nel quale è implicita la ricerca della propria completezza, è naturalmente orientato ad assumersi la responsabilità della propria azione. 

Queste prime forze aggreganti che chiameremo naturali, nascono in risposta ad una pressione che molti individui subiscono durante il proprio processo di venire ad essere e di formazione. Tale pressione può variare notevolmente nelle proprie componenti di base: la sessualità, in misura piccola, media, o forte; gli eventi sopraffacenti, piccoli, medi o grandi; l’incompletezza, piccola, media, grande; e la debolezza, piccola, media, grande. Di conseguenza ognuno risponde in modo diverso con chi, come o perché aggregarsi, e trova soluzioni, ragioni e valori diversi per aggregarsi agli altri. 

Si formano così i vari gruppi di appartenenza con una forza aggregante sufficiente, ma con il difetto congenito che prima o poi si manifesterà; difetto superabile, ma potenzialmente capace di disgregare il gruppo. 

Siamo nella stessa situazione in cui un insetto depone l’uovo nel fiore di un melo, nel frutteto del contadino. Il fiore impollinato avvia il processo di formazione del frutto contenendo al suo interno l’uovo dell’insetto. Mentre cresce la mela, l’uovo si schiude per dare al bruco la succosa polpa di cui cibarsi. Il frutto può arrivare a maturazione, ma è cresciuto anche il verme al suo interno che ha mangiato e rovinato gran parte della polpa. Anche se la buccia è integra e sembra contenere un frutto sano, prima o poi la verità si rivelerà, decretando il fallimento di quella mela che disgregata nel suo interno, non diventerà nutrimento per nessuno.

Ogni gruppo che si è aggregato per qualche ragione contiene in sé innumerevoli vermetti che prima o poi inizieranno a svilupparsi al proprio interno. Il gruppo, che sia una famiglia, un’azienda, una squadra o degli amici con qualche tipo di finalità, prima o poi incontrerà questo limite: un vero e proprio esame evolutivo da superare.

Se la forza aggregante in una coppia, (sessualità, cure parentali, finalità condivisa e successo nella sopravvivenza) viene minata, la relazione si disgrega. Le aziende, una squadra o i gruppi di amici risolvono questo problema con un turnover. Il turnover in azienda è un avvicendamento della forza lavoro addetta a un processo produttivo; è inteso anche come sostituzione mediante nuove assunzioni del personale che ha cessato il rapporto di lavoro. Nello sport, turnover significa avvicendamento dei giocatori di una squadra: qualcuno esce perché non ritenuto adatto e qualcuno entra per sostituirlo. Il contributo del primo viene ritenuto non utile e ci si augura che il contributo del secondo che entra in squadra, risulti utile e vincente. 

Il turnover mantiene il gruppo in una sorta di equilibrio in cui le “mele marce”, ovvero quelle che appaiono non utili allo scopo del gruppo, vengono buttate e nuove mele vengono introdotte. Non c’è tempo o modo di verificare se sono sane o malate perché lo scopo di un gruppo di questo tipo è avere solo uno specifico contributo dai suoi gregari. Per cui quando il contributo è insufficiente o inadatto, la forza aggregante che tiene insieme un gruppo ad una persona o una persona ad un gruppo, si scioglie. 

La situazione è davvero singolare! L’immagine che bene la rappresenta è l’azione di una persona dentro ad una barca bucata che tenta di svuotare l’acqua che entra tutto il tempo dalla falla. Se riesce a buttare fuori la stessa quantità di acqua che entra, ecco che la barca non affonda, trova un suo equilibrio o galleggiamento precario e può navigare. Se l’acqua che entra è maggiore dell’acqua che il marinaio riesce a buttare fuori dalla barca, prima va in affanno e poi in panico, e infine la barca inizia ad affondare. 

In una azienda o in una squadra sportiva un turnover del 10% annuo è un sintomo di malattia cronica del gruppo tenuta sotto controllo. Per i gruppi di amici il turnover possibile è decisamente minore. Per una famiglia il turnover possibile è 0. La dinamica familiare non ammette nessun tipo di turnover. In questo caso non ci sono mele marce da buttare per mantenerne altre sane. Esiste una sola mela e… o è sana oppure non lo è. E… se non lo è,  la forza aggregante che si è rivelata debole o malata deve evolvere in un’altra forma.

Il paradigma delle forze aggreganti naturali fa parte di noi, retaggio della nostra evoluzione. Tuttavia, procedendo dall’inizio della nostra storia evolutiva, percorrendo la nostra ontogenesi che ripercorre la filogenesi, noi cerchiamo di emergere e di procedere oltre le forze aggreganti naturali. 

Grazie a nuove conoscenze, abilità e alla consapevolezza della nostra e altrui natura umana, scopriamo fattori inediti che ci permettono di originare nuove forze aggreganti. 

Chi scoprirà queste forze e se ne approprierà, sarà un team leader di nuova generazione e ci introdurrà nelle nuove forme di aggregazione del terzo millennio. 

Per evolvere, la relazione umana ha bisogno di andare oltre le forze naturali storiche che lo hanno portato ad aggregarsi. 

Il percorso “Strategie Evolutive” nello step “Strategie Comuni” si prefigge questo nobile scopo.

La matematica della sopravvivenza del passato era semplice, a favore di una comunità umana aggregata  per riprodursi  e sopravvivere: sommarsi per far  fronte alle forze cieche e sopraffacenti della vita. 

Anche oggi esistono queste forze e certamente continueranno ad operare gettando le fondamenta delle nostre relazioni personali e sociali. Tuttavia riprendendo l’immagine della barca con la falla, non bastano più per tenerci insieme in modo appagante. Molti oggi si ritrovano a possedere la loro “intera cassa di mele” che risultano bacate e che nessun turnover riesce a sanare. 

Vi svelo ora il nuovo fattore di aggregazione che può rivoluzionare la vostra visione: si tratta del definirsi con delle qualità identificative e dare sicurezza.  Il bisogno di sentirsi definiti e protetti, sicuri, riconosciuti, amati e curati, nella forma che abbiamo scelto di assumere, diventa il modo in cui abbiamo scelto di condividere la nostra espressione. Qualificarsi e conferire sicurezza è una forza aggregante evolutivamente potente.

Dopo i fattori più antichi della pulsione riproduttiva, della paura, dell’incompletezza strutturale e della debolezza soggettiva, definirsi e riconoscersi in qualità condivise  e trovare sicurezza comune, è una forza naturale più evoluta, perché il modello da cui si origina è l’affinità e la simmetria. 

Condividere la forma che abbiamo scelto di essere e contribuire insieme a difenderla, conduce ad un’identità comune con cui ci si identifica con un nuovo soggetto nella psicologia umana: Noi. 

Noi spartani, noi ateniesi, noi cartaginesi, noi romani, noi veneziani, noi pisani, noi africani, noi afroamericani, noi marinai, noi donne, noi guelfi, noi ghibellini, noi mussulmani, noi induisti, noi comunisti, noi metalmeccanici, noi single, noi sposati, noi medici, noi carcerati, noi malati, noi laureati, noi vegetariani, noi tifosi, noi fornai, noi boscaioli, noi nonni, noi cinesi, noi del sindacato, noi turisti, noi evasori fiscali, noi navigatori solitari…

La lista dei “noi” è pressoché infinita e in continuo divenire. Tutti dovrebbero iniziare la ricerca di un noi, come di un porto sicuro a cui approdare. Tutti dovrebbero assumere una forma condivisa con qualcuno al di là della sfera familiare, e trovare sicurezza insieme agli altri nello spazio comune del noi. 

La verità è che non tutti cercano questa casa comune in cui abitare. Purtroppo questo elemento, anche se  universalmente e potenzialmente presente in tutte le persone, non in tutte matura in modo consapevole. E capita che, pur desiderandolo, non ci siano gli strumenti adatti o sufficienti per raggiungere questo porto sicuro. 

Maturare in sé il bisogno di un “noi” e realizzarlo in un contesto esistenziale concreto, è una vera sfida che ognuno affronta nella propria vita. 

Perché si fallisce in questa strategia importante? 

La persona semplicemente non ha maturato il bisogno di definirsi perché non ha contattato le proprie dominanti: non sa chi è, non sa che cosa è, e non sa come definirsi.

In un’intervista che fecero al primo uomo che camminò sulla luna, che disse la famosa frase “Un piccolo passo per un uomo e uno immenso per l’umanità”, affermò che per quanto fiero e privilegiato dell’essere stato il primo ad aver calpestato la luna, si trovava spesso a disagio per questo. Mentre poteva ben dire, “noi della NASA”, “noi americani”, “noi astronauti”, non riusciva ancora a dire “noi che abbiamo camminato sulla luna” e aspettava gli sviluppi della conquista spaziale per poterlo dire e far parte di questo noi. Per quanto l’avesse fatto in prima persona, non gli bastava e aspettava con ansia che altri uomini e donne lo facessero. 

È la qualità dello stare insieme a definire il gruppo, e la qualità è la sostanza della nuova forza aggregante. Il gruppo diventa il contenitore dove possiamo sperimentare  la sicurezza che troviamo nel “noi” che riconosce la nostra qualità con la quale abbiano scelto di definirci.

La dinamica del “noi” racchiude le persone in una categoria definita e circoscritta da numerosi parametri, con la promessa implicita di difenderli, proteggerli, renderli sicuri, amati e accettati. Questa forza aggregante ci garantisce che potremo essere e realizzare ciò che abbiamo scelto. Il gruppo che si forma su questa base è capace di offrire una buona e sana appartenenza. 

Tuttavia come sempre ci sono dei lati in ombra che possono riservare delle sorprese. La promessa di sicurezza implicita del “noi” può attirare persone immature che cercano rifugio o un palcoscenico su cui avere un ruolo da protagonista, per emergere insieme ad altri. 

Il noi non può essere un rifugio, non è una tana. Il noi non è mai il risultato di una fuga. Se una persona entra in un gruppo attirato dalle qualità che lo definisce e dalla sicurezza che il “noi” emana, ha la possibilità di realizzare lo stile e la qualità della vita desiderati. 

Se una persona fugge da se stessa o da qualche situazione sopraffacente e cerca rifugio in un gruppo che promette di darle un’identità e una sufficiente sicurezza e appartenenza, non solo non realizzerà se stesso in quel gruppo, ma anche lo avvelenerà in un modo o nell’altro. Se il gruppo non ha sviluppato un sistema adatto per proteggersi da questi veleni, potrà facilmente soccombere e disgregarsi. 

Anche i gruppi o i loro leader alle volte cadono nella tentazione di usare le persone immature per creare appartenenza. Inn usto caso non sono le qualità a determinare l’appartenenza, ma il potere o il controllo sulle persone ad essere il motivo di aggregazione nascosto.  In essi troviamo una velata e indiretta minaccia interna di perdere la confort zone della sicurezza per chi osa abbandonare il “Noi” e allontanarsi dalla comune appartenenza. Nei confronti degli altri, esterni al gruppo, questo tipo di aggregazione sviluppa un’immagine con una marcata identità salvifica, con la promessa di dare sicurezza a chi entra nello spazio condiviso del noi. 

All’interno di questi gruppi, i singoli vengono protetti, ma contemporaneamente separati e isolati in una certa misura dagli altri e certamente non possono emergere e tantomeno emanciparsi con la libera scelta.  

Questi sono elementi tipici di alcuni gruppi di appartenenza che possiamo definire immaturi o malati. Funzionano per un po’, ma poi il difetto strutturale del perché stare insieme si fa strada disgregando l’affinità tra i componenti. La caratteristica principale è un forte turnover che tenta di tenere a bada l’effetto disgregante che non risolve il difetto strutturale. 

La forza aggregante sana, trae origine da una affinità spontanea, consapevole e intenzionalmente condivisa tra i componenti che formano l’identità Noi. 

Le qualità che definiscono tale identità collettiva, i valori e il codice etico che emerge di conseguenza, li rappresenta in modo soddisfacente.

Come evolvono questi sani gruppi di appartenenza? 

I gruppi che approdano ad una forza di aggregazione sana, scoprono una sinergia e un’amicizia di fondo con tutti i “noi” diversi dal proprio.

Tutti i “noi” prima o poi potrebbero o forse dovrebbero, inesorabilmente per una legge della natura,  convergere in uno solo: un “noi” finale capace di  contenere tutti i “noi” possibili ed esistenti; un “noi” maturo in cui tutti, con le qualità che definiscono le identità specifiche, convergono, si accettano e si riconoscono in Noi Umanità; Noi abitanti di una sola e medesima casa, il nostro pianeta Terra, Noi figli di una sola e medesima famiglia, frutto di un solo processo evolutivo di cui siamo divenuti consapevoli e responsabili.

Il guadagno e le risorse 

Un’altra forza aggregante molto importante, risiede nella disponibilità di ogni componente di mettere  le proprie risorse a disposizione per il fine comune. In questo caso sono proprio le risorse ad essere la forza legante del gruppo di appartenenza. Le risorse sono un elemento cruciale per ottenere il fine: poter disporre di risorse più grandi di quelle a disposizione dei singoli, fa la differenza. Al di là della quantità  e della qualità delle risorse che, nella somma supera con facilità quelle dei singoli, una grande forza risiede nell’autentico consenso. Il consenso può ritenersi autentico nel grado in cui la persona aderisce al gruppo con le proprie risorse. Nel caso in cui l’adesione esclude la riunione delle risorse, siamo alla presenza di forme incomplete, immature o addirittura ingannevoli di appartenenza. In questo caso la forza della colla dell’appartenenza è direttamente proporzionale alla qualità e la quantità della risorsa condivisa. 

Diremo: nessuna risorsa condivisa, nessuna autentica appartenenza; risorse condivise insufficienti sviluppano un’appartenenza insufficiente; molte risorse condivise sviluppano una forte appartenenza; tutte le risorse condivise portano ad una appartenenza completa. 

Una matematica molto semplice, evidente e spietata. La risorsa è un bene prezioso, non viene condiviso se non per un valore superiore. Dunque il punto focale da cui scaturisce questa particolare forza aggregante è: “Che cosa rappresenta un guadagno per la singola persona?” Se è la risorsa ad essere il guadagno, allora essa non verrà condivisa. Se è il fine condiviso e la relazione stessa ad assumere un valore superiore alla risorsa, allora essa verrà condivisa e spesa per il fine condiviso. 

Esiste un fiume invisibile che resta celato a molti e scorre proprio tra queste due sponde: risorse e guadagni sono elementi soggettivi dentro ai quali la persona, che ne sia consapevole o meno,  tesse la trama e l’ordito delle proprie scelte di vita. 

La strategia in cui l’attenzione si fissa nel trattenere e non condividere la risorsa, perché considerata la risorsa stessa il vero guadagno, è una strategia egoisticamente vincente. 

La strategia in cui l’attenzione si fissa sul fine condiviso, ritenendolo il vero guadagno e per il quale si è disposti a spendere la propria risorsa , è una strategia evolutiva comune. 

Due elementi che tutti possediamo, ma  che usiamo in modo differente. Due cause dagli effetti inaspettati e dagli sviluppi molto diversi. Una persona che fissa il  proprio guadagno sulle risorse, non è centrata solo sul trattenere e non condividere, ma è altrettanto fissata sulle risorse degli altri e sul fatto che cercherà di impossessarsene. Ne scaturirà un rapporto alquanto ambiguo e complicato, pieno di tensioni e fallimenti.

Una persona che fissa il proprio guadagno su un risultato condiviso, è generosa ed è orientata a sommare le proprie e le altrui risorse, capitalizzandole al meglio per entrambe per ottenere lo scopo prefissato. 

Chi mette le proprie risorse per un fine, non ruba le risorse degli altri che stanno donando le proprie per il suo stesso fine, sarebbe come rubare a se stessi. Ne consegue una relazione improntata al fair play,  ricca, nobile e duratura. 

La forza aggregante determinata dal guadagno e dalle risorse è come una bilancia che oscilla dall’estremo di una strategia egoisticamente vincente, al lato opposto della strategia comune evolutivamente vincente.  

L’ago della bilancia è  il valore. Noi tutti,  per qualche ragione assegnamo  il valore ad una cosa piuttosto che ad un’altra.  

Una frase di Vincenzo Cannova lo illustra con sapiente visione: “Incontrerai tante persone che cercheranno di mostrarti il loro valore. Quelle che non dimenticherai mai, però, ti aiuteranno a capire il tuo. 

È il valore che segna la differenza nelle strategie comuni. 

Quando un gruppo indirizza il valore di ognuno verso un valore comune più grande, e diviene capace di sommare le risorse in modo costruttivo, vince la paura e le minacce implicite nella vita, supera l’incompletezza strutturale delle singole persone, affronta con coraggio la sua debolezza, crea la sicurezza di una casa comune  e gestisce in modo ragionevole e utile le risorse a disposizione. Solo a questo punto appare sulla scena una nuova forza aggregante: la visione di un futuro condiviso migliore. 

Questa però è un’altra storia che racconterò un’altra volta. 

Post Recenti

Iscriviti alla Newsletter