La domanda parte dall’assunto o dal presupposto che non abbiamo tutto noi stessi. Sembra un contro senso: “Come è possibile che un se stesso non abbia tutto se stesso?” Per quanto sembri inconcepibile, di fatto è così e, anche se non si sa che cosa manca o se manchi qualcosa al nostro essere, molti indizi suggeriscono che manca qualcosa. Non ricevuto ciò, che avremmo dovuto ricevere, e non siamo completi come dovremmo essere. Avvertiamo una dimensione interiore che ci influenza spesso pesantemente e che sfugge alla coscienza. È la dimensione inconscia, fuori portata per la maggior parte delle persone. Come in astronomia accade di dedurre la presenza di un buco nero dagli effetti gravitazionali, così da una moltitudine di effetti possiamo dedurre la presenza di una parte invisibile di sé.

La nostra storia per quanto individualmente diversa, nei tratti fondamentali è molto simile se non identica. Tutti noi abbiamo un corpo, una mente, sentimenti, una funzionalità razionale, una dimensione inconscia e abbiamo al centro un’individualità consapevole che tenta di gestire questa complessità. La sostanza è sempre la stessa con la proprietà di avere infinite variabili, un po’ come l’impronta digitale, tutti le possediamo e tutte sono diverse le une dalle altre. 

Abbiamo subito stimoli sopraffacenti, dolorosi, insostenibili, incomprensibili e inaccettabili, impossibili da integrare. Questo avviene in età precoce e può avvenire in ogni momento. Il danno di questa informazione sospesa e congelata non è tanto nell’influenza condizionante fastidiosa. L’esperienza soggettiva è sentirsi sabotati-minati da dentro. Il nemico che ostacola e colpisce il processo della vita viene dalla persona stessa. Gli effetti vanno dal disagio a sentire difficoltà, rinunciare a procedere. Le esperienze congelate sono registrate nella persona in modo permanente, ad infinitum, diventano tratto caratteriale del comportamento, la variabile che rende ognuno uguale e diverso, unico nel suo genere. 

Il danno peggiore non risiede nell’effetto di queste cause antiche e sopraffacenti.  

Le esperienze congelate fissano e congelano anche una parte della consapevolezza, quella del momento in cui c’è stata la sopraffazione.  

Il senso di sé può essere piccolo, medio, grande, completo. Il grado di dissociazione da una parte di se stessi si riflette nell’espressione, nello stile e nella qualità della vita. 

Immaginiamo di avere uno specchio perfetto. Esso ha la caratteristica di rifletterci esattamente e completamente così come siamo. Lo specchio è predisposto per riflettere esattamente, lo specchio riflette solo ciò che riceve. Se l’immagine originale è confusa, offuscata o incompleta il riflesso nello specchio sarà la verità, compresi i difetti dell’originale, difetti che non si vedono.

Ecco, l’Essere, dimensione indicibile e inqualificabile dalle proprietà indescrivibili (“dell’Uno nulla si può dire” – Plotino), se non ne abbiamo esperienza diretta, è incompleto o confuso. La percezione soggettiva di io, riflesso diretto della dimensione, sarà confusa o incompleta. Avere tutto se stesso è direttamente proporzionale alla percezione soggettiva di avere tutta la propria vita. Il sentimento di disvalore di sé, degli altri, il sentimento di vivere una vita che non ci appartiene è inversamente proporzionale alla consapevolezza di se stessi. La vita è mia o non è mia in rapporto a quanto io sono o non sono tutto me stesso.

Il riflesso dell’essere infinito può duplicarsi adeguatamente solo se l’originale è integro. Se la natura essenziale è nascosta, velata o distorta, lo siamo anche nella personalità, nel comportamento e nella vita. 

Il riflesso è triplice. Chi pensiamo e sentiamo di essere, le nostre relazioni, lo stile e la qualità della vita. Tutto l’insieme dovrebbero rappresentarci. 

Quando lo stile e la qualità della vita, le relazioni e chi sentiamo di essere non ci riflette adeguatamente, proviamo un sentimento sgradevole. Sentiamo che la vita non è la nostra vita, siamo a disagio con gli altri. L’esperienza della completezza manca, vanificando l’impresa di una vita. Dal mio punto di vista esiste uno spreco di umanità inconcepibile e insostenibile, non perché la vita è dura o difficile, non perché ci sono errori e fallimenti, ma solo perché non abbiamo tutto noi stessi. Tutto il resto viene di conseguenza.

Abbiamo esplorato il fatto che non abbiamo tutto noi stessi, ora possiamo rivolgerci a “come” avere se stessi. Dopo un’intensa ricerca ho avuto la fortuna di trovare lo strumento che ritengo in assoluto il migliore. L’intensivo sull’essere consapevole.  

L’intensivo ha qualità che lo rendono unico nel suo genere. L’intensivo è una tecnica diretta. La persona è autonoma nell’originare il suo percorso, non dipende da nessuno. Questo elimina il fenomeno del transfer, la dipendenza dal terapeuta. Appresa la tecnica tutto il processo d’indagine è originato e guidato dalla persona, che indaga la sua natura essenziale. 

Ognuno fa autonomamente il suo lavoro di scavo, ma interagisce con gli altri comunicando i contenuti che emergono nel processo di integrazione. La comunicazione accelera il processo individuale e crea una forza collettiva, un legame di empatia e di grande umanità tra i componenti dell’Intensivo. La coesione che si viene a creare è forza fondamentale per supere i contenuti che emergono dalle esperienze irrisolte. 

Per trovare le origini storiche dell’intensivo dobbiamo ritornare allo Zen della scuola Rinzai. Essa a differenza delle tecniche precedenti punta a mantenere l’attenzione su quesiti o punti, a focalizzare l’attenzione. Un lavoro che si svolge in completa autonomia e in silenzio. Un roshi, un maestro zen ha avuto l’idea di mettere gli allievi l’uno verso l’altro. Prima gli allievi erano rivolti verso il muro, davano la schiena a tutti gli altri. La percentuale delle ED o Kensho (definizione nella tradizione Zen) aumentò in modo impressionante, sancendo il successo di questa scuola rispetto alle altre. Negli anni sessanta del secolo scorso, un genio di formazione scientifica, fondatore dell’Ability Institut, ha un’intuizione fondamentale ed elabora la struttura dell’Intensivo sull’essere consapevole. Si tratta dello strumento più efficace per ottenere le Esperienze Dirette. Il progresso rispetto alle tecniche precedenti è del 600%. L’ideatore definisce i quattro quesiti fondamentali e introduce la comunicazione dei contenuti che emergono come conseguenza dell’intento.

Nell’Intensivo l’intenzione e l’attenzione sono fattori fondamentali. Non esiste processo cognitivo senza la partecipazione dell’intenzione e dell’attenzione consapevoli. L’intensivo è strutturato per portare l’intenzione e l’attenzione a un grado di intensità durata e purezza straordinari. Fino a un certo grado di intensità, durata e purezza le esperienze sono ordinarie. Sopra quel grado avvengono fenomeni inediti come ad esempio le esperienze dirette. 

L’intensivo è capace di fare un’altra cosa straordinaria. È in grado di invertire il flusso ordinario dell’attenzione. Siamo formati a estroflettere l’attenzione, i sensi sono stimolati dagli oggetti, dalle esperienze. Si creano circuiti celebrali che ordinano questi processi. L’attenzione nella struttura biologica conosce solo un verso e solo un modo di scorrere. Da dentro verso fuori. La ricerca e la conoscenza di sé non riguarda che cosa il sé percepisce, ma il sé, colui che percepisce. Creare circuiti capaci di guidare e di mantenere un flusso di attenzione non più verso gli oggetti della percezione ma verso il soggetto, che li percepisce, è molto difficile.  L’intensivo sull’essere consapevole è lo strumento per realizzare il processo di inversione dell’attenzione. 

L’intensivo è il metodo migliore per superare le crisi che s’incontrano nell’affrontare l’integrazione di tutto l’irrisolto. Di solito le crisi frenano, bloccano il processo della crescita. Senza un metodo che le sappia gestire e incanalare verso il superamento, prima o poi la persona si ritira, frana su una di loro. 

L’intensivo è strumento per educare la relazione, per portarla a un livello di alta qualità. Che cosa significa relazione di qualità? Potremmo scrivere libri e avremmo appena scalfito la superficie. Chi percorre l’Intensivo, al di là del guadagno sui contenuti inconsci, al di là delle ED per le quali l’intensivo è concepito e finalizzato, lo scopre sperimentando la relazione di alta qualità. La relazione di alta qualità è formata da due componenti molto potenti, il contatto e lo scambio. Tutti riescono a produrre qualche tipo di contatto e di scambio, ma la relazione di alta qualità porta questi elementi a livelli altissimi. La maggior parte delle persone è carente di uno o dell’altro, spesso di entrambi. Al mio primo intensivo, quarant’anni fa, non riuscii ad avere un’ED (troppe esperienze congelate da integrare), ma scoprii il gioiello dell’Intensivo sull’essere consapevole. Le relazioni di alta qualità. Alla fine dell’intensivo ero dispiaciuto per il risultato mancato. Avevo fatto un lungo viaggio e investito tutto me stesso. Ma tornai vincitore perché oltre ad aver trovato la mia strada trovai la qualità delle relazioni che avrei voluto avere. Ora a 63 anni con 270 intensivi condotti, di cui molti di 14 e di 21 giorni, penso di aver realizzato i miei scopi iniziali. 

L’intensivo è uno straordinario strumento di umanità. Le esperienze di Unione o tecnicamente Esperienze Dirette (l’osservatore si fonde con l’osservato) sviluppano affinità, empatia e valori inclusivi. Si scopre la qualità dell’equivalenza e della coscienza indifferenziata. Tutto ciò che sembra altro da sé smette di essere nemico, diverso e separato per divenire un’unica sostanza. Le esperienze dirette danno accesso a una dimensione dai connotati assoluti e totalizzanti, ma non dovremmo mistificarli come è stato fatto in passato. Esse ci appartengono completamente. Le esperienze dirette fanno parte di chi e di come siamo. Vivere in equivalenza è probabilmente lo scopo evolutivo primario, il disegno implicito di questo universo, una legge cosmica, come per le nubi di idrogeno diventare stelle, come per una ghianda diventare quercia, come per noi che siamo tanti e diversi diventare equivalenti. 

Che cosa accade, quando le persone sperimentano tante Esperienze Dirette. Beh, tutto e niente. Tutto cambia mentre tutto resta identico. Da essere contenuto dal tutto si diventa “contenitore di tutto. 

Una serie di paradossi prende forma, rivela i misteri di una danza antica e arcana. Si perde gradualmente la separazione tra adesso e sempre, tra qui e li, tra io e l’altro, tra esprimere tutto se stessi e restare in silenzio perfetto. Espandersi, muoversi nel mondo e nell’universo restando completamente fermi. 

Io ho l’impressione che l’evoluzione elabori uno strumento raffinato e complesso con il nostro corpo, con la nostra persona e tramite le ED con la nostra individualità consapevole, grazie alla quale la creazione diviene consapevole di sé e vede tutta se stessa.   

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