Siamo individui consapevoli con una proprietà talmente elementare da sfuggire alla parte razionale. Noi abbiamo la facoltà di rifiutare l’altro. È nostra scelta dire sì e dire no, resistere, rifiutare l’altro. Possiamo ignorare la libertà di scelta dell’altro, ignorarne l’essenza e dirgli: “Tu per me non esisti” o “Se vuoi esistere, se vuoi ricevere valore e considerazione, devi essere come dico io.” C’è anche la dinamica di mettere una persona in condizione di non avere scelta e dirle di scegliere. 

 

Siamo individui che possono negare l’altro, il suo valore, il suo diritto a essere, ad avere la sua espressione. Possiamo accettare l’altro oppure negarlo. Possiamo dirgli di sì oppure dirgli di no. Indipendentemente da che cosa faremo, continueremo a relazionarci, ma farlo con il “si” produce un tipo di storia, relazionarsi con il “no” ne produce un’altra. Conosco persone capaci di dire no anche quando sorridono, persone abili a dire sì solo a parole. Conosco persone che dicono sì, anche quando non vogliono, e dico no alle proposte di valore. Sono atteggiamenti di fondo. Si possono fare ipotesi su perché si è inclini a interagire con l’atteggiamento di fondo che nega o accetta l’altro. Chissà che cosa porta una persona in una direzione invece che nell’altra. Suppongo che sia la negazione che si riceve nel venire a essere e nel processo di formazione. Credo che il dolore e la negazione subiti giochino un ruolo fondamentale, che si finisca per portarli agli altri, come soluzione del problema.

 

La negazione, il rifiuto, la minaccia di farlo sono deterrenti, modi per forzare l’altro a soddisfare il controllo di chi lo nega così com’è. La minaccia di negare, di rifiutare equivale a minacciare l’integrità del corpo, la fisicità di una persona. Una parte di questa inclinazione è ascrivibile all’epigenetica. La linea famigliare a ogni generazione subisce variabili. A ogni generazione ci si avvicina o ci si allontana dalla proprietà di negare gli altri. In parte dipende dalle esperienze, in parte dalla cultura dominante. Sia come sia, la nostra struttura, la nostra base è accettare l’altro e grazie a questa impostazione possiamo trovare il modo di allinearci con i suoi fini. Oppure possiamo essere impostati a negare l’altro, a non trovare un fine comune.    

 

L’abilità di allineare i fini dà forma a una storia, un disegno più grande, in cui due trovano un senso comune. La moglie può avere il fine di andare in bicicletta a comprare un libro. Il marito vuole stare più tempo con il figlio, vuole andare in spiaggia a giocare. Papà può portare il figlio a fare un giro in bici e accompagnare la mamma a comprare il libro. Essi possono comprare un libro sulle barche a vela, di cui il figlio è appassionato. Possono passare il pomeriggio in spiaggia a leggere libri, guardare le barche, passeggiare sulla spiaggia, stare insieme, tornare in bici a casa per la cena… Le possibilità di cooperazione tra fini sono infinite. Si incontrano molte difficoltà, si resiste a trovare allineamento, un punto di contatto, un denominatore comune tra fini diversi, si sceglie la competizione, si preferisce sopraffare il fine diverso dal proprio. Per la dinamica, che si impone, è più importante negare, impedire il fine dell’altro che non realizzare il proprio. Il sintomo copre la mancanza di consapevolezza. Chi lotta contro i fini degli altri nasconde il suo fallimento, nasconde di non essere riuscito a emergere. Negare o lottare contro i fini degli altri per realizzare i propri rende più difficile il successo esistenziale. La ragione, che porta in questa direzione, è il pensiero-credenza che sia impossibile tenere in piedi il mio fine e riconoscere, sostenere il fine dell’altro. C’è la convinzione che, se si dà spazio al fine dell’altro, questo impedirà la realizzazione del proprio fine. Si sceglie la strategia “o – o”, o il mio fine o il tuo fine.

 

LA STRATEGIA  E    E  =  FRUTTO DELL’ABILITÀ DI NON NEGARE L’ALTRO

LA STRATEGIA  O    O =  FRUTTO DELLA PROPRIETÀ DI NEGARE L’ALTRO

 

C’è anche il tentativo di passare dalla strategia o-o alla strategia e-e. Il processo incontra difficoltà. Associarsi e collaborare conviene, ma per motivi non sempre dichiarati. Spesso pseudo collaborazioni hanno lo scopo di portare nella relazione una competizione sleale, subdola. 

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