SIAMO IN QUESTO MONDO, MA NON DI QUESTO MONDO

Dove dominano il calcolo e il guadagno, si afferma la relazione esclusiva: “Quando ho fame cerco la mela! Mela che un altro potrebbe portarmi via. Non ho altra scelta che competere.” La relazione inclusiva contempla che cosa fare di sé, degli altri e della vita, dopo che entrambi abbiamo mangiato la mela. Sì, avete capito bene. Non basta vincere, mangiare la mela per entrare nella dimensione della relazionale inclusiva ed equivalente. Questo avviene dopo che abbiamo mangiato la mela entrambi. 

 

Presupposto: l’altro è me diversamente dislocato. Nessun riferimento a mistiche o metafisiche. Ciò che transita nell’interazione è la nostra interpretazione, la nostra proiezione. Tutto ciò che vedo, sento, penso, credo e interpreto è frutto di una mia elaborazione personale. Sembra realtà percepita, ma si tratta di realtà proiettata. È difficile e sconvolgente riconoscere, che siamo noi a originare ciò che vediamo, sentiamo, pensiamo e crediamo. Dopo aver “mangiato la mela”, mi riguarda da vicino se l’altro ha “mangiato la sua mela”.  L’altro non è solo una nostra proiezione, è un’entità capace di originare autonomamente. È e sa di essere, interpreta e proietta un mondo intero (il suo) su noi. 

 

Per affrontare una questione così complessa uso un insegnamento. Per farmi evitare le mie interpretazioni il mio Mentore e Maestro soleva dire: “Tutto è sempre la stessa cosa, solo in fasi diverse di evoluzione.” Egli mi insegnava a non dare importanza alla mia interpretazione esclusiva e separante: “La mia mela è più importante della tua mela”. Mi suggeriva e mi spingeva a considerare tutto il vissuto in modo inclusivo: “le mele di entrambi sono importanti”. 

 

Siamo maghe e maghi, che fanno incantesimi con la bacchetta magica della proiezione. Mettiamo in rete le nostre proiezioni a volte come maledizioni, altre come benedizioni, ma sempre di incantesimi, di interpretazioni si tratta. 

 

Questa è solo una parte della realtà. L’altra è e sa di essere, è priva di qualità, di forma e di significato. È silente, invisibile. È sottoposta al movimento frenetico delle interpretazioni. È immobile. Una realtà che solo il paradosso è in grado di descrivere. Per esperienza sarebbe meglio non tentare di descriverla, ammutolire assorti nel Grande Silenzio. Se tentiamo di qualificare l’inqualificabile, se tentiamo di dire l’indicibile, di contenere l’incontenibile, si entra nel paradosso della realtà. Un qui che è anche lì, un adesso che è anche sempre, un io che è anche l’altro, un afferrare che è anche lasciar andare, un dire che equivale a stare in silenzio. Tutto succede senza “Niente”. Un Tutto talmente tutto che è Niente, un Niente talmente niente che è Tutto. Il paradosso è reale, non è un pensiero, un’interpretazione mentale, è una percezione della realtà. Vedere la realtà al di sotto delle proiezioni è la ragione, per cui chi ha questa esperienza sorride, è leggero nelle vicende della vita. Vedere oltre e prima delle interpretazioni è una forma potente, inedita di libertà. Forse è questa la Liberazione, che troviamo nei testi antichi dello yoga, in altre culture, in altre tradizioni. Io penso che lo sia o che questo sia l’inizio del processo. 

 

Scoprendo la realtà sottostante le interpretazioni, non si può, non si deve uscire dalla storia, non si deve rinunciare al proprio ruolo nella storia degli altri. Sapendo di non essere l’interpretazione che diamo a noi stessi, abitando il paradosso, noi siamo nella nostra storia e nell’interpretazione di altri. Siamo in questo mondo, ma non di questo mondo. 

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